La scienza fonda la sua forza e credibilità sul metodo scientifico; ma cos’è, come funziona e perché è importante conoscerlo anche al di fuori dell’ambito strettamente scientifico?

Premessa. Il metodo scientifico dentro e fuori dalla scienza

Il metodo scientifico altro non è che un approccio metodologico per interpretare la realtà che si fonda su una procedura ben individuata, finalizzata a trovare le regole che reggono quella realtà in modo obiettivo, senza influenze e filtri di alcun tipo.

Per quanto dunque il metodo scientifico sia essenzialmente collegato alla “scienza” e agli “scienziati”, esso non è solamente un criterio scientifico, ma soprattutto un approccio logico che permette a chi lo usa di giungere a conclusioni coerenti con la realtà che sta osservando.

Per queste ragioni è estremamente importante conoscerlo e imparare a farne uso a prescindere dal fatto che siate uomini di scienza o professionisti di un particolare settore: come vedremo il metodo sperimentale è utile anche nella vita di tutti i giorni per verificare e interpretare notizie, accadimenti, teorie e situazioni in generale.

Per individuare i principi, le procedure e i meccanismi logici su cui il metodo scientifico si regge, è necessario iniziare a delinearne la struttura e prima ancora le sue origini.

La seguente guida sul metodo scientifico sarà suddivisa nelle seguenti sezioni:

  1. Galileo Galilei e la nascita della scienza moderna
  2. Le fasi del metodo scientifico
  3. Gli elementi essenziali del metodo scientifico
  4. Metodo scientifico e bias cognitivi
  5. La costante verifica delle ipotesi
  6. La forza del metodo scientifico

1. Galileo Galilei e la nascita della scienza moderna

La nascita “ufficiale” del metodo scientifico sperimentale si deve a Galileo Galilei.

Galileo e metodo scientifico
Galileo Galilei

Lo scienziato toscano visse nel pieno dello sviluppo della rivoluzione scientifica ed anzi ne fu uno dei promotori.

Con rivoluzione scientifica si intende quel momento storico – vissuto appunto tra il 1500 e il 1600 – in cui la conoscenza ha compiuto un grosso passo avanti proprio grazie all’utilizzo di questo tipo di approccio metodologico. La consapevolezza che aveva assunto Galileo Galilei consisteva infatti nella circostanza che per poter elaborare una legge che sapesse davvero descrivere la natura non era sufficiente basarsi unicamente sulla nostra personale percezione degli avvenimenti, ma che fosse necessario interrogare la natura con un esperimento e verificare empiricamente se la nostra ipotesi fosse corretta.

In effetti, la percezione umana può non consentire una conoscenza approfondita della natura, proprio in quanto limitata ai 5 sensi (e alle distorsioni cognitive create dal cervello, come vedremo) che possono fornire solo un punto di vista della realtà. Per verificare correttamente le leggi della fisica, invece, è necessario che l’approccio sia il più possibile neutrale e che si concentri unicamente sull’analisi del comportamento della natura, da cui estrapolare leggi fisiche e matematiche.

Solo in questo modo è possibile spiegarla a prescindere dalla percezione che ne ha l’osservatore che formula l’ipotesi.

Si tratta di un aspetto molto importante, perché il nostro cervello, che non conosce il metodo scientifico ma ha un approccio metodologico fondato su altri principi di natura intuitivo/istintiva (quello che chiamo Antimetodo), tende ovviamente a farsi condizionare dalla sua personale percezione, giungendo a risultati che ad esso appaiono corretti, ma che spesso non lo sono affatto perché filtrati da percezioni e pregiudizi.

La relatività Galileiana

Un esempio che in qualche modo può fornire uno spunto per ragionare sugli aspetti sin qui individuati è un principio elaborato per la prima volta proprio da Galileo, da cui prende infatti il nome: la relatività galileiana.

Per quanto il termine “relatività” sia immediatamente collegato ad Albert Einstein, in realtà il primo concetto di relatività in senso fisico è stato elaborato proprio da Galileo; illustrarne il contenuto ci aiuterà a comprendere meglio cosa si intende quando si dice che la percezione umana può non bastare ad elaborare leggi scientifiche corrette.

Il principio in questione afferma che le leggi della meccanica hanno sempre la stessa forma nei sistemi di riferimento inerziali. Da ciò consegue che nessun esperimento può consentire di distinguere un sistema di riferimento da un altro in moto rettilineo uniforme rispetto al primo.

Cosa significa? Un esempio, proposto proprio da Galileo, ci può aiutare a capirlo.

Rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza. […] Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia mentre il vascello sta fermo non debbano succedere così: fate muovere la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur di moto uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti; né da alcuno di quelli potrete comprendere se la nave cammina, o pure sta ferma.

Galileo Galilei

Gli errori della percezione

Detto in termini semplici: se osserviamo un fenomeno fisico (come un insetto che vola) all’interno di una nave che viaggia di moto rettilineo uniforme (ossia sempre dritto e a velocità costante), la nostra percezione non sarà in grado di dirci, semplicemente osservando il volo dell’insetto, se ci troviamo fermi o in movimento, poiché quel fenomeno avviene nello stesso identico modo sia che noi siamo sulla nave che si muove, sia che noi siamo a terra.

Del resto, possiamo accorgerci di questo limite semplicemente ragionando sul fatto che tutto ciò che facciamo avviene su una superficie curva in movimento (quella terrestre) di cui non abbiamo alcuna diretta percezione.

La non perfezione della nostra percezione nell’elaborare leggi scientifiche corrette impone dunque, secondo Galileo e secondo tutta la scienza moderna, di adottare un metodo che ci permetta, appunto, di superare questo limite.

2. Le fasi del metodo scientifico

Questo metodo è appunto il metodo scientifico sperimentale, che altro non è che una procedura logico-deduttiva che partendo dall’osservazione di un fenomeno, e passando per verifiche sperimentali, ci consente di elaborare un’ipotesi e di seguito confermarla.

Come si svolge questa procedura? Uno schema può aiutarci a capirlo.

Possiamo dunque individuare 7 fasi nel metodo scientifico:

  1. Osservazione del fenomeno
  2. Formulazione dell’ipotesi
  3. Verifica sperimentale dell’ipotesi
  4. Raccolta dei dati
  5. Elaborazione dei risultati
  6. Pubblicazione dei risultati
  7. Verifica dei risultati da parte di altri esperti attraverso questa stessa procedura (peer review)

Si tratta dunque di una procedura che può essere distinta in tre momenti:

  • Fase induttiva (dal particolare al generale): l’osservatore parte dall’osservazione (particolare) per elaborare una ipotesi che spieghi quel fenomeno (generale);
  • Fase deduttiva (dal generale al particolare): attraverso l’esperimento che conduco attraverso le fasi successive, verifico se quella ipotesi generale è confermata dall’esperimento svolto;
  • Verifica: l’osservatore condivide i risultati del suo esperimento con gli altri esperti del settori affinché svolgano le dovute verifiche per confermarli / modificarli / smentirli.

Ogni singolo passaggio della procedura è sia necessario che fondamentale per addivenire ad un risultato che possa definirsi “scientifico”.

Metodo scientifico: un esempio di procedura

Poniamo un esempio banale sul metodo scientifico sperimentale per capire meglio come deve svolgersi la procedura.

Fase induttiva

1. Osservo un fenomeno: noto ad esempio che, dopo giorni di raffreddore, una mattina mi sveglio guarito. Voglio individuare la causa della mia guarigione ma l’unico fattore che ho osservato è che, la sera prima, avevo bevuto una birra.

2. Formulo un’ipotesi: la birra cura il raffreddore.

Ovviamente, il semplice fatto che io sia guarito dopo aver bevuto una birra non è una prova sufficiente a dimostrare questa tesi, perché la correlazione che crea il mio cervello tra i due eventi si basa sull’intuito e ignora completamente tutta una serie di altri fattori, magari al mio cervello sconosciuti, che potrebbero aver influito sulla guarigione.

Mettendo allora da parte la mia percezione, devo dunque avviare degli esperimenti per verificare quella correlazione.

Fase deduttiva

3. Verifico l’ipotesi con un esperimento: seleziono 10 soggetti ammalatisi di raffreddore lo stesso giorno e li divido in due gruppi: ai primi 5 somministro della birra, agli altri 5 della semplice acqua. Questo esperimento serve a verificare la mia ipotesi in maniera empirica, cioè andando concretamente a vedere cosa accade, su un campione di persone raffreddate, se somministro loro della birra.

Se la birra effettivamente cura il raffreddore, quello che mi aspetto è che i 5 soggetti a cui l’ho data guariscano.

Ma non solo: devo anche aspettarmi che i soggetti a cui ho dato acqua non guariscano, perché se guarissero anche loro significherebbe che né l’acqua né la birra abbiano effetti terapeutici sul raffreddore ma che la ragione vada ricercata da qualche altra parte. Infatti, somministrare a quelle altre 5 persone dell’acqua serve proprio a verificare se è davvero la birra ad avere effetti terapeutici o se quei pazienti non sarebbero guariti comunque, semplicemente – appunto – bevendo acqua.

4. Raccolgo i dati: dopo alcuni giorni di esperimento, lo scenario che mi ritrovo di fronte è il seguente: dei 5 pazienti a cui ho dato birra, 2 sono guariti e 3 no; dei 5 pazienti a cui ho dato l’acqua, 3 sono guariti e 2 no.

5. Elaboro i risultati: mettendo a sistema i risultati raccolti, quello che noto è che non pare esserci nessuna correlazione tra l’uso della birra e la guarigione dal raffreddore, e anzi sono guariti più pazienti bevendo solo acqua, il che mi suggerisce che anche quelle 2 guarigioni siano in realtà dovute ad altre cause.

6. Pubblico i risultati: raccolgo il mio esperimento in una pubblicazione, in cui spiego l’ipotesi, la verifica e i risultati, e la pubblico su una rivista scientifica sostenendo che “in base ai miei studi la birra non cura il raffreddore”.

La peer review

L’ultima fase del metodo scientifico merita invece un’attenzione a parte.

Un aspetto estremamente importante del metodo scientifico è infatti la continua verifica che viene svolta su tutte le teorie che vengono elaborate attraverso di esso.

In effetti, un semplice studio, condotto da un singolo scienziato, può non essere sufficiente a stabilire una legge valida su quell’argomento, e questo per alcuni motivi essenziali:

  • Lo scienziato potrebbe aver condotto l’esperimento in modo errato, ignorando altri fattori o raccogliendo semplicemente i dati in modo scorretto, per negligenza o incompetenza;
  • Lo scienziato potrebbe aver raccolto i dati in modo corretto ma, spinto dal suo pregiudizio e dai bias cognitivi (che gli suggerivano a priori quale fosse l’ipotesi corretta), ha interpretato quei dati alla luce di quei pregiudizi, elaborandoli in modo errato;
  • In alcuni casi, potrebbe anche essere che lo scienziato abbia dolosamente alterato i risultati del suo esperimento al fine di avvalorare una teoria che ha interesse a sostenere;
  • L’esperimento potrebbe essere stato condotto con strumenti poco efficienti (magari è una pubblicazione risalente a quando difettavamo di adeguata strumentazione tecnologica), e quindi rendersi necessario riproporlo sfruttando l’evoluzione tecnologica e la possibilità di svolgere rilevazioni sempre più precise;
  • Un solo studio potrebbe poi essere semplicemente insufficiente come campione statistico, fornendo una realtà solo parziale e specifica che non tiene conto di una visione di insieme, per la quale è necessario svolgere esperimenti su scala più vasta o comunque una serie di esperimenti che tengano conto delle diverse realtà specifiche.

Per tutti questi casi, dunque, la logica del metodo scientifico suggerisce che gli studi siano sottoposti a verifica da parte di altri ricercatori del settore, che possano riprodurre quegli esperimenti, valutarli, usarli come spunto per svolgerne altri adottando diversi punti di vista, così da verificare la validità della tesi in essa sostenuta e quindi confermarla, confutarla o migliorarla, coinvolgendo l’intera comunità scientifica mondiale del settore affinché collabori alla definizione della teoria stessa.

Questa prassi, essenziale per la scienza, è quella che viene definita peer review.

3. Gli elementi essenziali del metodo scientifico

La forza del metodo scientifico non si esaurisce tuttavia nella mera procedura; come conseguenza di essa, infatti, l’esperimento alla base del metodo sperimentaledeve possedere precise caratteristiche che gli consentano di superare il vaglio dell’approccio logico su cui si regge. Vediamo quelle essenziali, almeno brevemente.

a) Ripetibilità

In primo luogo, per avere valenza scientifica l’esperimento deve poter essere ripetibile, laddove per ripetibilità si intende

il grado di concordanza tra una serie di misure di uno stesso misurando (la grandezza oggetto di misurazione), quando le singole misurazioni sono effettuate lasciando immutate le condizioni di misura

Per arrivare a questo, le misure devono essere effettuate:

  • con lo stesso metodo di misurazione;
  • dallo stesso operatore;
  • con lo stesso strumento di misura;
  • nel medesimo luogo;
  • con le medesime condizioni di utilizzo dello strumento e del misurando;
  • in un breve periodo.

A che scopo esiste la ripetibilità? Essenzialmente per verificare eventuali errori di misurazione da parte dell’operatore: infatti, l’esistenza di discordanze tra le diverse misurazioni compiute con gli stessi criteri mostrerebbe che da qualche parte si è sbagliato qualcosa, suggerendo di rivedere l’esperimento.

b) Riproducibilità

La riproducibilità, a differenza della ripetibilità, può essere definita come

Il grado di concordanza tra una serie di misure di uno stesso misurando quando le singole misurazioni sono effettuate cambiando una o più condizioni

Tra le condizioni che possono cambiare individuiamo:

  • Il metodo di misurazione
  • L’operatore alla misura
  • Lo strumento di misura
  • Il luogo della misurazione
  • La condizione di utilizzo dello strumento o del misurando
  • I tempi di misurazione (più o meno lunghi)

La riproducibilità serve dunque a confermare il risultato delle misurazioni adottando sistemi diversi e punti di vista differenti. Come tale, è anche la condizione essenziale per consentire la peer review e dunque la sottoposizione dei risultati dell’esperimento all’intera comunità scientifica di riferimento.

c) Falsificabilità

Come teorizzato da K.R. Popper, l’esperimento deve poi essere falsificabile, ossia consentire agli altri scienziati di svolgere le stesse verifiche e raccolte dati del loro collega per valutare se il risultato può essere confutato da nuovi esperimenti. Se un esperimento non è replicabile, esso non sarà sottoponibile ad una controverifica e di conseguenza, logicamente, non sarebbe corretto “fidarsi” dei risultati cui è giunto poiché non esiste un metodo per verificarli.

In altri termini la falsificabilità, nell’ottica Popperiana, consiste nella considerazione per cui, in ottica logica, dalle premesse di base devono poter essere deducibili le condizioni di almeno un esperimento che, qualora la teoria sia errata, ne possa dimostrare integralmente l’erroneità alla prova dei fatti.

Per il principio di falsificabilità, insomma:

Se da A si deduce B, e se B è falso, allora è falso anche A

Principio di falsificabilità

Se una teoria non possiede questa proprietà è impossibile controllare la validità del suo contenuto relativamente alla realtà che presume di descrivere, quindi non può definirsi scientifica.

Un esempio: se elaboro una teoria che dice che sulla Luna c’è una colonia aliena, che i vertici militari di ogni paese ci tengono volutamente nascosta, devo poter elaborare un esperimento che sia in grado di dimostrarlo, come inviare una sonda sulla Luna e scandagliarla alla ricerca di quella colonia.

Se la trovo, la teoria è confermata, se non la trovo è smentita. Tuttavia, se la teoria dice che “i vertici militari ce la nascondono” anche non trovarla confermerebbe la teoria, perché – appunto – ci saranno degli stratagemmi per non renderla visibile predisposti da quei vertici e quindi sarebbe normale non vederla. Ma se così è, di fatto io non potrò dimostrare il contrario in alcun modo, il che rende quella teoria infalsificabile e di conseguenza non scientifica.

Non solo: ma questo tipo di approccio, che rende la mia teoria “aggredibile” e confutabile, dovrebbe essere proprio l’atteggiamento suggerito dal metodo scientifico, che dovrebbe infatti spingere ogni scienziato a farsi “primo nemico” della sua teoria e trovare ogni mezzo possibile per provare a confutarla. Solo se non ci riuscirà potrà dire di averla confermata.

Questo approccio, che manca totalmente in tutte le teorie pseudoscientifiche (che infatti sono tali proprio in quanto ignorano i principi del metodo scientifico), è invece quello usato da tutti gli scienziati che sono stati in grado di formulare le teorie che più di tutte sanno resistere alle prove della scienza (per qualche esempio, potete leggervi alcuni articoli del mio blog su Darwin e Einstein).

4. Metodo scientifico e bias cognitivi

Come è stato possibile rilevare da questa breve schematizzazione sul funzionamento del metodo scientifico, esso costituisce la procedura logica e neutrale più idonea a individuare risposte corrette e confermare le ipotesi che formuliamo, nel senso che di fatto ad oggi non esiste una procedura migliore di questa per superare le fallacie logiche, i bias cognitivi e i possibili errori nei rilevamenti.

Adottando una procedura prefissata, che tenga conto delle deduzioni logiche, delle verifiche sperimentali e dell’elaborazione di risultati che prescindano dal soggetto che opera quell’esperimento, e più ancora sottoponendo quella teoria alla verifica degli altri operatori del settore, si assicura che la stessa non sia influenzata dagli aspetti soggettivi di chi conduce l’esperimento, che non sia mero frutto di errore nei rilevamenti o ancora di incompetenza in materia da parte dell’operatore.

In particolare, la vera forza del metodo scientifico sta proprio nella sua capacità di consentire deduzioni che siano libere dai naturali pregiudizi, preconcetti e bias cognitivi che inevitabilmente affliggono l’essere umano quando si approccia istintivamente alla comprensione di un fenomeno.

Il nostro cervello, infatti, tende a ragionare per associazioni di idee e creazione di schemi e correlazioni, perché in questo modo riesce a trarre conclusioni, interpretare i fenomeni ed esprimere giudizi anche in assenza di nozioni specifiche su quelle materie. E’ insomma un sistema per facilitare la sopravvivenza in natura.

Come tale, il nostro cervello primordiale non fa alcuna verifica sperimentale delle ipotesi, ma dall’osservazione di un fenomeno “salta” direttamente all’elaborazione di una tesi, suffragandola sulla base dei vari bias di cui è dotato: semplificando il problema per renderlo intellegibile (semplificazione), creando correlazioni apparenti (apofenia), usando i soli dati che ha a disposizione per trarre conclusioni (WYSIATI) e usandoli come parametro di riferimento per interpretare gli altri (ancoraggio). In generale, poi, la necessità di acquisire schemi spinge il cervello a ragionare in senso confermativo, ossia selezionando i fenomeni e le prove di modo da dare valenza solo a quelli che confermano l’ipotesi da lui elaborata (bias di conferma).

Questo è il motivo per cui ricorrere al metodo scientifico e all’approccio logico che ne deriva è così importante per evitare di trarre conclusioni errate su qualunque argomento, quindi anche quando ci si approccia alla realtà quotidiana (e dunque a credenze, teorie pseudoscientifiche, fake news, questioni di interesse per l’opinione pubblica, ecc…), perché istintivamente ognuno di noi tende ad adottare i bias cognitivi per esprimere giudizi e formulare teorie sulla realtà che lo circonda anziché procedere con una verifica dei dati, delle prove e delle argomentazioni logiche che sottostanno sa quelle teorie o affermazioni.

Come eludere i bias cognitivi: gli esperimenti a doppio cieco

Un chiaro esempio di come il metodo scientifico scongiuri l’intervento dei bias cognitivi e dei pregiudizi dell’osservatore è l’esperimento a “doppio cieco”.

Cos’è? Si tratta di un esperimento le cui modalità sono studiate appositamente per impedire ai pregiudizi dell’osservatore di influenzare l’elaborazione dei dati: se un osservatore ha già una sua convinzione sul possibile esito dell’esperimento, infatti, è molto probabile che quella convinzione influenzi la sua analisi, alterando l’interpretazione dei dati e finendo per riadattarli in funzione della teoria che intende dimostrare (e che il suo cervello ha già preso per vera).

Come funziona? Immaginiamo di dover stabilire se un farmaco funziona. Come per l’esempio precedente, quello che dovrò fare, stando al metodo scientifico, è avviare un esperimento per verificarne l’efficacia.

Per farlo, prenderò dei soggetti e li dividerò in due gruppi: al primo somministrerò il farmaco che voglio testare, agli altri darò una pillola di “niente” (ossia un placebo), e poi verificherò le conseguenze sui due gruppi per stabilire se il farmaco funziona meglio del placebo (quindi è efficace), come il placebo (quindi non ha effetti) o peggio di un placebo (e qui qualcosa non va).

Tuttavia, sapendo a quale gruppo ho somministrato il farmaco e a quale il placebo, il mio cervello potrebbe essere inconsciamente indotto a valutare in modo diverso i dati che rileverò dai due gruppi, interpretando i primi in modo che siano coerenti con l’assunzione del farmaco e i secondi in modo che siano coerenti con il fatto che in quel caso non è in corso alcuna “terapia”. Per questo, il principio sottostante al doppio cieco ci dice che il medico che conduce l’esperimento, e quindi analizza ed elabora i dati, non sia a conoscenza di quali siano i pazienti a cui è stato somministrato il farmaco e a quali il placebo.

In questo modo, la sua analisi sarà necessariamente asettica e libera da qualunque pregiudizio, fondata unicamente sulle evidenze che emergono dall’esperimento.

 5. La costante verifica delle ipotesi

Quello che risulta dall’analisi delle procedure e delle caratteristiche che delineano il metodo scientifico sperimentale è che una teoria scientifica è tale non perché, come molti antiscientisti sostengono, assurge a dogma e come tale diventa “intoccabile”, e di conseguenza la gente non può far altro che accettarla come tale.

Metodo scientifico

Al contrario, il metodo scientifico impone che ogni teoria che da esso scaturisce abbia delle caratteristiche – l’essere sperimentata, ripetibile, riproducibile e falsificabile – che la rendono costantemente sottoponibile  verifica, analisi e potenziale confutazione.

Le teorie che scaturiscono dal metodo scientifico costituiscono pertanto una serie di leggi verificate “fino a prova contraria” che chiunque può provare a fornire, a patto che lo faccia seguendo quella stessa procedura logico-sperimentale.

Anzi, è proprio il metodo scientifico a invitare a fornire la prova contraria, perché è proprio grazie alle successive confutazioni che la teoria viene perfezionata, le leggi della scienza vengono completate e di conseguenza si permette alla scienza di evolversi e acquisire nuove leggi.

Per questo, chi denigra la scienza sul presupposto che spesso si sbaglia e che ancora più spesso le sue teorie vengono modificate, precisate o addirittura stravolte, non ha capito il senso stesso del metodo scientifico: la possibilità di mettere continuamente alla prova per cambiare, migliorare o precisare una teoria scientifica è proprio l’elemento che rende la scienza la miglior forma di conoscenza che abbiamo a disposizione (si veda sul punto l’esempio del Long Term Evolution Experiment).

6. La forza del metodo scientifico

E’ grazie alle scoperte fatte col metodo scientifico che possiamo curare malattie, volare, accedere ad internet, esplorare lo spazio, sfruttare i GPS, accendere la luce, usare il gas, sfruttare l’energia solare o eolica, costruire macchinari di ogni genere; e lo possiamo fare proprio perché numerosi scienziati si sono avvicendati nel tempo per migliorare le nostre conoscenze sulla realtà circostante, dimostrando le loro scoperte ricorrendo, appunto, al metodo scientifico. Teorie sono state progressivamente perfezionate, altre abbandonate, altre tirate fuori per colpi di genio di qualcuno, sempre grazie al progresso scientifico fondato sul metodo scientifico.

Mentre ad oggi non esiste una sola teoria al mondo, in nessuna branca del sapere, che sia stata comunque in grado di dimostrare la sua validità pur non avendo seguito tale procedura; anzi, molto più spesso è proprio attraverso questa procedura che si screditano quelle pseudo-teorie.

Per queste ragioni, non ha alcun senso prendersela con il metodo scientifico e affidarsi ad altri sistemi che non garantiscono alcuna validità nel dimostrare una teoria.

Al metodo scientifico non si crede; il metodo scientifico è anzi il sistema più efficace che conosciamo per stabilire a cosa credere e a cosa no.

P.T.